IN UN BICCHIERE D'ACQUA

Giovedì – VII settimana del Tempo Ordinario
L’avvertimento a non essere troppo esclusivi, impedendo al bene sparso altrove di svilupparsi, oggi si trasforma in un invito a verificare attentamente la qualità del nostro vivere e del nostro agire. Più che preoccuparci di ciò che gli altri possono (eventualmente) fare nel nome del Signore, siamo chiamati a considerare ciò che noi stessi potremmo (tragicamente) compiere proprio in nome suo. L’avvio del vangelo ci ricorda quanto importante è saper riconoscere che la nostra umanità è e offre l’occasione di stabilire un rapporto con Cristo.

«Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, 
in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa» (Mc 9,41)

Forse il problema sorge dal comprendere bene a quali condizioni e in che modo gli altri possono riconoscere che la nostra vita appartiene al Signore. Potrebbero essere dei segni esteriori, oppure le cose che ci capita di dire e di fare nel suo nome. Ma, evidentemente, si tratta ancora di criteri piuttosto esterni, potenzialmente anche ambigui. La lettera di Giacomo, in un passaggio davvero infuocato, pone l’accento su una questione a cui è legata, in modo decisivo, la nostra appartenenza — e quindi la nostra trasparenza — a Cristo. 

«Ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che cadranno su di voi!
Le vostre ricchezze sono marce, i vostri vestiti sono mangiati dalle tarme» (Gc 5,1-3)

Coloro che possiedono e hanno smarrito il legame con il loro, strutturale, bisogno degli altri — e di altro — per vivere sono stigmatizzato con parole forti. L’immagine di chi crede di avere molti beni, in realtà, già inutili e prossimi a dover essere perduti è drammatica. Si tratta della tentazione più grande e sottile: pensare di non aver bisogno, ogni giorno, di ricevere almeno un bicchiere d’acqua, ma non dalle nostre mani, dal nostro portafoglio o dai nostri sforzi. Dalle mani di chi il Signore ci mette accanto. Magari quello che ce la porge con le mani sporche o in malo modo. 

Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: 
è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, 
anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile (Mc 9,43)

È proprio la mano l’organo che, eventualmente, dobbiamo essere disposti ad amputare, piuttosto che restare prigionieri e vittime di una vita in cui restiamo gli unici benefattori di noi stessi. Questo fuoco, che possiamo tranquillamente chiamare l’inferno della solitudine, non ci basta e non si estingue mai. È un idolo così pericoloso che solo una Parola di verità, dall’esterno, può aiutarci a riconoscere. E a odiare. 

Questa è la via di chi confida in se stesso, la fine di chi si compiace dei propri discorsi. 
Come pecore sono destinati agli inferi, sarà loro pastore la morte (Sal  48,14-15)

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