10 novembre 2009

Martedì - XXXII settimana del Tempo Ordinario

Letture: Sap 2,23-3,9 / Sal 33 / Lc 17,7-10


SIAMO SERVI INUTILI



Consapevole di aver gettato nel cuore dei discepoli un insegnamento molto impegnativo (cf vangelo di ieri), osservando il loro viso a metà strada tra lo sconcerto e la depressione, il Signore Gesù aggiunge: «Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: "Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare"» (Lc 17,10). È una frase celebre del vangelo, di cui ci rimangono impresse soprattutto quelle tre parole che spesso ripetiamo per affrancarci da qualche responsabilità o per alimentare un pochino la nostra già ferace disistima. Il senso di queste parole mi sembra stia da tutt'altra parte.


Viene chiarito anzitutto dalla breve parabola iniziale, dove il Maestro invita a ragionare per paradossi: «Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: "Vieni subito e mettiti a tavola?" Non gli dirà piuttosto: "Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto e dopo mangerai e berrai tu?"» (17,7-8). Già, chi di non preferisce farsi servire, anziché mettersi a servizio? 'Prima noi, poi gli altri': questo è il motto della nostra società egoista ed economica; giusto? Amando così tanto il farci servire, ci diventa oltremodo pesante vivere nella logica del servizio. E, naturalmente, Dio diventa l'esigente padrone che ci tira il collo dalla mattina alla sera, facendoci capitare questo e quell'altro, non regalandoci le occasioni che aspettiamo, indugiando nei favori e nelle richieste che gli abbiamo presentato.

Le parole del Maestro ci fanno aprire gli occhi, aiutandoci a capire che in realtà è tutto il contrario. Dio è a nostro servizio dalla mattina sera. Ci dona, senza chiedere nulla, ogni cosa. E quando torniamo dai nostri mille impegni, egli è sempre pronto a farci sedere alla mensa della sua amicizia. Ci accoglie e ci sorride senza stancarsi mai della nostra vita. Siamo noi invece che, appena possiamo, mettiamo l'altro a servizio dei nostri capricci, senza ascoltarlo, senza magari nemmeno incontrarlo. Noi, tutti impegnati, a potenziare il nostro io, continuamente oscillanti tra ansie di prestazione e spaventose insicurezze. Mai veramente liberi dal giudizio altrui, mai sereni fino in fondo.


«Siamo servi inutili». Ripetere queste parole, dopo averle capite, può essere oggi il nostro antivirus, dai veleni del nostro ego malato e cialtrone, che ci priva della semplicità di arrivare a sera «nella pace» (Sap 3,3), felici di aver fatto «quanto dovevamo fare». Sì, è vero, non siamo indispensabili, potevamo persino non esistere. Eppure Dio ci ha creati «ad immagine della propria natura» (2,23) e ha messo nel nostro cuore una «speranza piena d'immortalità» (3,4). Ma il segreto di questa immortalità non è la cura maniacale della nostra vita e dei suoi dettagli. È - più semplicemente - la scoperta che la nostra vita ha un valore che prescinde - sempre - da quello che facciamo o gli altri fanno a noi. Un valore che si può misurare solo davanti a Dio, quel Padre che è servo inutile di tutti noi, perché sempre ci trova «degni di sé» (3,5) e del suo «amore» (3,9).


09 novembre 2009

Lunedì - XXXII settimana del Tempo Ordinario

Letture: Sap 1,1-7 / Sal 138 / Lc 17,1-6


LA FEDE



La bella notizia, oggi, riguarda la fede. Non quella facile, nemmeno quella presunta. Quella scomoda e vera, di cui il Maestro Gesù mai si è stancato di parlare. Nel vangelo di oggi la fede nel Padre e nell'avvento del suo regno si declina nell'atteggiamento del perdono. Gesù ne parla con chiarezza, dicendo due cose: non scandalizzatevi, perdonatevi sempre. Scandalizzare significa essere d'inciampo all'altro, impedirgli il cammino mediante un ostacolo che lo costringe a cadere per terra. Questo noi facciamo ogni volta che smettiamo di perdonare e diciamo: "Adesso basta, non ne posso più! Tu con me hai chiuso". Invece il Signore ci esorta a non stancarci mai di praticare la misericordia: «Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pente, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ornerà a te dicendo: "Sono pentito", tu gli perdonerai» (Lc 17,3-4). Di fronte a questo insegnamento gigante, gli apostoli non sanno fare altro che chiedere aiuto al Signore: «Aumenta la nostra fede!».

Ci vuole proprio la fede per perdonare e, soprattutto, per farlo sempre. Non la forza di volontà, la simpatia, la serenità del cuore. La fede in ciò che Dio è e in ciò che noi, uniti a lui, possiamo essere. La fede è una forza che permette di fare cose impossibili: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe» (17,6), dice il Maestro. Il problema della fede non è dunque la quantità, ma la qualità. Di fede non ne serve tanta, un granello sembra essere più che sufficiente. È necessario invece avere la fede giusta, quella nel vangelo e nella sua paradossale logica della croce. Molta della fede che noi supponiamo di avere è in realtà una fiducia nelle logiche umane magari un po' ammantata di parvenza religiosa. Ma questa non è per niente la fede di cui parla il Maestro. Questa non è l'autentica ricerca della «giustizia» e della «potenza» (Sap 1,1.3) di Dio di cui parla l'avvio del libro della Sapienza.

Il granello è l'immagine perfetta di ciò che è la fede: qualcosa di piccolo in cui è racchiuso un grande potenziale di vita, capace di espandersi e diventare grande come una pianta. In ogni istante possiamo esprimere o smentire questa fede, rivelando quanto il nostro cuore è disposto a credere nel sogno di Dio - la fraternità tra gli uomini - e nel suo modo di realizzarlo - l'amore che perdona.



08 novembre 2009

XXXII Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Letture: 1Re 17,10-16 / Sal 145 / Eb 9,24-28 / Mc 12,38-44


IMPARARE A DONARE



Dopo aver accolto e celebrato la bella compagnia di tutti i santi, oggi ci rimettiamo seduti nei nostri banchi da discepoli, nuovamente disponibili ad imparare dal Maestro Gesù come si vive secondo il vangelo. Anzi, come ci si dona «sull'esempio di lui che ha donato se stesso» (cf colletta).


Due monete

Il racconto evangelico di Marco volge al termine. Ancora un discorso (escatologico, appunto) e poi Gesù inizierà a vivere la sua passione. In quel tempo, lo scomodo Rabbì di Nazaret metteva in guardia «la folla» (Mc 12,38) nei confronti di quei personaggi molto in vista «che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze... avere i primi posti nei banchetti» (12,38-39). Gesù descriveva un modo di vivere che, gratta gratta, è dominato sempre dal bisogno di «farsi vedere» (12,90), dalla tirannia del giudizio altrui. Si tratta di un male mai assente nell'esperienza umana, che intercetta astutamente la nostra necessità di essere conosciuti e stimati. Gesù, seduto «di fronte al tesoro» (12,41), volge altrove il suo sguardo. Marco annota che, guardando verso il tesoro del tempio, Gesù «osservare come la folla vi gettava monete» (14,41). Poi, quando vede «una vedova povera» gettarvi «due monetine» (12,42), spalanca un sorriso e chiama «i suoi discepoli» (12,43). Dice loro che questa vedova ha fatto l'offerta più bella, perché ha donato «tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere» (12,44). Ne è sicuro, perché la vedova aveva due monete e, volendo, poteva gettarne una sola, visto che era povera.


Il superfluo

Quante volte noi teniamo in tasca la seconda moneta, sigh! E gettiamo, nei rapporti che viviamo, nelle cose che facciamo, solo una «parte del» nostro «superfluo» (12,44). paralizzati dalla paura di non sapere se ne varrà la pena o se qualcuno apprezzerà mai la nostra offerta, continuiamo a donare solo le cose che non ci lasciano la dispensa sguarnita. Un po' come facciamo quando svuotiamo l'armadio e regaliamo qualche vestito ai poveri: doniamo il superfluo e magari ci fa pure comodo, che così creiamo un po' di spazio per i prossimi (superflui) acquisti. Un po' come facciamo quando la vita ci spinge addosso ad un muro e non vediamo più alcuna luce, ci sentiamo braccati, immobili, non ci vediamo più come un dono da restituire. Ma - sembrano dirci oggi le Scritture - la paura di vivere non può mai diventare una scusa per rinunciare a donarsi e a giocarsi seriamente. Anzi, proprio quando la nostra realtà si presenta in tutta la sua «miseria» (12,44) possiamo finalmente percepirla come qualcosa che non va difesa ad oltranza, ma offerta in dono. Come ha fatto l'altra vedova, quella di Sarèpta, che ha offerto allo sconosciuto viandante il poco cibo a lei rimasto, fiduciosa nella promessa del Signore: «La farina della giara non si esaurirà e l'orcio dell'olio non diminuirà fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia sulla terra» (1Re 17,14). Come ha fatto il Signore Gesù che «nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso» (Eb 9,26).


Il necessario

Solo quando offriamo noi stessi usciamo dal recinto del superfluo. La vita molte volte ci chiede di fare solo questo. E lo fa con una splendida delicatezza: ci regala delle occasioni - persone, incarichi, circostanze - in cui possiamo coinvolgerci pienamente, facendo diventare la nostra vita un servizio, una missione. Finché non accogliamo questi radicali appelli, i giorno possono restare pesanti ed esigenti, un tour de force dove tutti ci chiedono qualcosa e non arriva mai il momento del riposo, un sacrificio da ripetere «più volte» (9,25) anzi «molte volte» (9,26). Quando invece ci lasciamo toccare sul vivo e svuotiamo le tasche, gustiamo un sapore unico, «più» convincente «di tutti gli altri» (Mc 12,43) sapori della vita. Stiamo diventando infatti simili alla vedova, simili a Dio, che è felice perché ha nel cuore gli altri, che è ricco perché dona tutto ciò che ha.


07 novembre 2009

Sabato - XXXI settimana del Tempo Ordinario

Letture: Rm 16,3-9.16.22-27 / Sal 144 / Lc 16,9-15


COSE DI POCO CONTO



Che bello quando qualcuno ripete il concetto, spiega una seconda volta ciò che ha appena detto! Ne faccio personale esperienza in questi giorni di lezioni in inglese sulla lingua ebraica, che debbo - in tempo reale - convertire in italiano. Impagabile il momento in cui il professore ritorna e approfondisce; la classe ringrazia. Non sempre, ma spesso repetita iuvant.


Fa così oggi il Maestro: spiega e approfondisce la parabola appena raccontata, il vangelo di ieri. Riprende il tema: «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne» (Lc 16,9). Poi lo sviluppa: «Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?» (16,10-12). Lo scenario tracciato da queste parole sembra abbastanza chiaro, se lo vogliamo guardare. Le cose e le persone che Dio ci affida in questo mondo non sono la nostra vera ricchezza. Sono un dono e un segno di amore che vuole attivare in noi la stessa capacità di offrire gratuitamente, ciò che gratuitamente abbiamo ricevuto. Sono strumenti per entrare in un rapporto di fraternità con gli altri, possibili spazi di condivisione con i tanti «amici» che incontriamo lungo la strada. Ma si tratta di una ricchezza che può diventare «disonesta», quando suscita in noi il desiderio di possesso che ci chiude alla gratitudine e alla condivisione. I regali della vita sono un test, una verifica che ci educa continuamente a «servire» anziché «accumulare». Per questo i poveri - paradossalmente - hanno un vantaggio nei confronti dei ricchi. Mettiamoci nei panni di Dio. Egli vuole donarci ogni cosa. Ma come può farlo, finché nel nostro cuore sopravvive un assurdo istinto di difesa e di accumulo, finché non siamo convinti che la vita si moltiplica e si distende solo quando viene restituita? Non si possono «servire due padroni» (16,13), assicura il Maestro Gesù.


Per non correre il rischio di verificare la nostra vita sui massimi sistemi, la liturgia ci regala un vademecum per il viaggio quotidiano. Lo possiamo desumere dalla conclusione della lettera ai Romani, dove troviamo l'apostolo Paolo prodigarsi in mille saluti ai fratelli nella fede. Si tratta di un prezioso dettaglio, a partire dal quale possiamo comprendere meglio quali siano le «cose di poco conto» nelle quali è necessario essere «fedeli». Il saluto è il primo riconoscimento dell'altro, il primo servizio che possiamo offrire al suo volto. Da gesti simili ci è possibile misurare la nostra disponibilità a rimanere nella palestra del vangelo, per imparare dalle piccole occasioni l'arte e la fatica di voler bene all'altro. Dio fa così ogni giorno: ci saluta, ci guarda con rispetto, si rallegra del bene che c'è in noi. Si procura tanti «amici» con cui sorridere «nelle dimore eterne».


06 novembre 2009

Venerdì - XXXI settimana del Tempo Ordinario

Letture: Rm 15,14-21 / Sal 97 / Lc 16,1-8


CON UN PO' DI AUDACIA



Mi sembra di capire il discorso di Paolo: «Fratelli miei, sono anch'io convinto, per quel che vi riguarda, che voi pure siete pieni di bontà, colmi di ogni conoscenza e capaci di correggervi l'un l'altro. Tuttavia, su alcuni punti, vi ho scritto con un po' di audacia, come per ricordarvi quello che già sapete» (Rm 15,14-15). Lo capisco come sacerdote, come amico, come fratello in umanità di tante persone che incontro, conosco, ascolto. Talvolta è necessario uno scatto di audacia nei rapporti che viviamo, nei dialoghi che costruiamo. A volte è utile ricordare ad un altro quel «vangelo» (15,16) che riposa dentro di lui per liberarne la forza e l'efficacia. Essere audaci può diventare un vero e proprio «ministero» (15,16) che possiamo svolgere gli uni verso gli altri e che nasce dalla consapevolezza che la vita dell'altro è affidata anche a noi «nelle cose che riguardano Dio» (15,17).


Non sembra molto diverso l'insegnamento del vangelo di oggi, dove Gesù, attraverso una parabola, elogia la «scaltrezza» (Lc 16,8), virtù certamente di moda nella nostra triste società. Diversamente dalle nostre simpatie nei confronti della furbizia, il Maestro la indica non tanto come tecnica per incrementare i nostri profitti, ma per aprire la nostra vita ad una necessaria trama di rapporti che ci possono salvare. La storia è nota: «un amministratore» furbetto, abituato a «sperperare» (16,1) i soldi del suo padrone, viene un giorno preso in castagna. Costretto a dimettersi, si mette a pensare: «Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua» (Lc 16,3-4). Così chiama a raccolta tutti i debitori del suo padrone e concede loro sconti sui debiti, attirandosi evidentemente stima e simpatia. Quando il padrone viene a sapere l'accaduto, non si arrabbia. Forse perché l'amministratore aveva scontato i debiti soltanto di quella parte di cresta che egli era solito intascarsi. Ma soprattutto perché riconosce in lui un comportamento molto saggio, che il Signore sembra indicare a noi come necessaria «audacia».


Anche per noi arriva ogni tanto il momento in cui ci chiediamo: «Che cosa farò, ora?» (16,3). Ci frughiamo le tasche, ci guardiamo allo specchio, facciamo quattro conti nel cuore per giungere alla conclusione che non riusciamo a rispondere alla vita. Troppo difficile, troppo pesante, troppo! Ecco, proprio in questi momenti l'unica cosa da fare è cambiare strategia. Smettere di chiedere, attendere, pretendere. Iniziare a fare sconti agli altri. Procurarsi degli amici. Usare quelle quattro cose che abbiamo accumulato per condividerle con gli altri, che un giorno ci accoglieranno nella loro casa. Questo consiglio molto generico, può trovare infinite concretizzazioni nella vita ciascuno. A tutti ricorda che Dio ha posto la felicità in molti luoghi. Non solo in quelli dove ci troviamo. Anche là dove possiamo arrivare con un po' di audacia, con un pizzico di scaltrezza.


05 novembre 2009

Giovedì - XXXI settimana del Tempo Ordinario

Letture: Rm 14,7-12 / Sal 26 / Lc 15,1-10


GIRARSI



Abbiamo bisogno di girarci. Verso la tenerezza del Padre, verso il suo continuo, folle amore per noi. Altrimenti facciamo fatica a vedere gli altri senza il filtro del giudizio. La loro povertà evoca infatti la nostra che non sappiamo ancora accettare. L'apostolo Paolo, rivolgendosi a coloro che non riescono ad accogliere la fede debole di alcuni dentro la comunità, li invita a riflettere su un fatto: «sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore» (Rm 14,8). È una parola di grande consolazione che ci riporta nel cuore del vangelo. La possibilità di rimanere uniti a Dio, non è legata unicamente ai momenti belli e piacevoli, nei quali ci sembra di condurre una vita buona. Pure le zone d'ombra, i segmenti lunghi o brevi nei quali si sembra di morire, appartengono a Dio. Ne siamo sicuri, perché egli ce lo ha voluto dire: «per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi» (14,9).


Forse però non ci basta sapere che Dio ha fatto cose grandi per noi, credere che ci abbia conquistati a «caro prezzo» (1Cor 6,20). Il nostro cuore ha bisogno di capire il motivo di questa lodevole iniziativa. Deve aver intuito proprio questo bisogno il Maestro Gesù quel giorno, quando ha raccontato due parabole a quelle persone che «mormoravano» (Lc 15,2) vedendolo seduto insieme ai «peccatori» (15,1). Disse loro di «un uomo» che abbandona novantanove pecore nel deserto per ritrovare «quella perduta» (15,4); quando la trova impazzisce di gioia: fa festa con gli amici. Disse loro di una «donna» (15,8) che fa 'il diavolo a quattro' nel cuore della notte, pur di ritrovare una moneta perduta; quando la trova sveglia «le amiche e le vicine» (15,9) e organizza una festa. Con queste parole, il Signore tenta di aprire il sipario sulla compassione di Dio, che è maschile e femminile, proprio come noi. Prova a raccontarci, ancora una volta, come le cose siano diverse dalla parte del Padre. Ci introduce in uno sguardo impossibile per noi da immaginare, difficilissimo da credere. Perché ci mancano le categorie del cuore per poter intuire cosa voglia dire amare qualcuno così tanto, al punto da essere disposti a lasciare tutto per lui.


Per questo abbiamo bisogno di girarci ed ascoltare la voce di Dio. Perché le cose stanno proprio così. Così immenso è l'amore che Dio ha per noi, per ogni uomo, per ogni donna che vive e muore sotto il cielo. Abbiamo bisogno di girarci, abbiamo «bisogno di conversione» (15,7). Perché, sebbene facilmente lo dimentichiamo, senza lo sguardo di Dio la nostra vita è davvero «perduta» (15,6). Le manca la cosa più importante: la «gioia». Non quella che spesso viene e va. Quella vera, che niente e nessuno può portarci via (cf Gv 16,22).

04 novembre 2009

Mercoledì - XXXI settimana del Tempo Ordinario

Letture: Rm 13,8-10 / Sal 111 / Lc 14,25-33


SOLO L'AMORE



Niente a nessuno, se non l'amore. Perché l'amore è tutto ciò che Dio vuole da noi. «Pienezza della Legge infatti è la carità», argomenta san Paolo (Rm 13,10). Il salmo echeggia lo stesso tema: «Felice l'uomo pietoso che dà in prestito. Egli dona largamente ai poveri, la sua giustizia rimane per sempre, la sua fronte rimane per sempre, la sua fronte s'innalza nella gloria» (Sal 111). Il problema - per noi oggi - è che se scrivi 'amore' su Google per trovare qualche immagine lo scenario è quanto mento imbarazzante. Cuoricini, abbracci, baci, smancerie stucchevoli di ogni genere. La nozione d'amore diffusa ai nostri giorni è piuttosto emotiva ed erotica, cioè abbastanza centrata su noi stessi.


Ci salva la parola del vangelo, anche oggi piuttosto brusca. Vedendo «una folla numerosa» (Lc 14,25), eccessiva forse, il Maestro si volta e raggela gli animi: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo» (14,26-27). È vero, noi amiamo tanto, tante persone, tante cose. Amiamo in un certo modo, come possiamo, come ci sembra giusto fare. Sinceramente coinvolti in questa bella attività, non di rado avvertiamo un certo peso. Ci sentiamo «debitori» (Rm 13,8) di tutto a tutti, asciugati e prelevati dal nostro «prossimo» (13,9) in ogni momento. Poco liberi insomma. Forse il richiamo di Gesù è tragicamente vero. Forse stiamo amando tutto e tutti più di quanto amiamo lui. E così non funziona, perché la fonte dell'amore è lui. Nessun altro. Nient'altro. Se ce ne dimentichiamo, cominciamo ad essere isterici ed esauriti erogatori di amore. Che prima o scoppiano o si fermano.


Il Signore Gesù aggiunge anche due parabole: quella di uno che vuole costruire «una torre» (Lc 14,28) e deve prima sedersi per poterne valutare i costi, e quella di un re che deve «esaminare» (14,31) l'entità di un confronto militare prima di andare in guerra. Sono ottimi consigli, che rettificano l'idea di amore a cui ingenuamente tendiamo. L'amore non è solo un cuore che pulsa emozioni o un bel momento che ci ricarica il serbatoio di affetto. L'amore è una decisione presa a tavolino, una scelta maturata nella riflessione e nella preghiera, una fedeltà confermata esaminando con attenzione le alternative e la loro inconsistenza. Altrimenti, a forza di seguire l'istinto e il sentimento, diventiamo davvero degli illusi. Costruiamo progetti che poi non siamo in gradi «di finire» (14,30), eleviamo torri senza adeguato fondamento, ci lanciamo in guerre senza essere allenati a sufficienza. L'amore è più semplice, più fattibile delle nostre patetiche imprese, meno stressante di tutte le nostre ansie da prestazione. Dobbiamo solo accettare che per poterlo praticare, dobbiamo rinunciare a «tutti gli averi» (14,33), mettere da parte il nostro io. Se vogliamo amare davvero c'è ogni giorno una croce da prendere e portare. Chi non accoglie questo discorso - semplicemente - «non può essere» (14,33) discepolo di Gesù.