29 luglio 2010

Memoria di Santa Marta

Letture: 1Gv 4,7-16 / Sal 34 / Gv 11,19-27


ESSERE PRONTI




Nonostante l’ampio elogio che il Signore Gesù fa di Maria, accoccolata ai suoi piedi nell’atteggiamento dell’ascolto, la liturgia della chiesa oggi preferisce celebrare il ricordo della sorella Marta. Di lei non viene evidentemente sottolineato l’atteggiamento di dispersione in troppe cose da fare - stigmatizzato dallo stesso Maestro nel vangelo di Luca - bensì la sua squisita attitudine a lasciarsi mettere in moto dalle visite del Signore.


La figura di Marta si rivela attenta nell’ospitalità, come l’antifona di ingresso si premura di indicare: «Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa». Tale immagine si rafforza ulteriormente nel racconto evangelico della risurrezione di Lazzaro. Proprio nel momento di massimo sconforto, quando «molti Giudei» (Gv 11,19) sfilavano ormai in processione da Marta e Maria per la morte del loro fratello, Marta «udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa» (11,19). Non sappiamo se sia ancora l’agitazione a prevalere in Marta e la meditazione nel più raccolto cuore di Maria, certo è che i ruoli ora sembrano invertirsi. Mentre Maria rimane immobile, Marta approfitta con slancio della presenza del Signore con il quale costruisce un dialogo che le permette di approfondire la sua fede: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà» (11,21-22). Il Signore accoglie e rilancia la direzione di questa fiducia: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?» (11,25-26).


Anche - soprattutto - nei momenti in cui il conto della vita non torna affatto, rimane in noi una sorprendente attitudine a uscire da noi stessi per incontrare una vita più grande di quella che in noi e attorno a noi sembra finire. Sono gli istanti in cui, magari in mezzo al dubio e alle lacrime, possiamo raccogliere la chiamata di Dio a mettere amore in ciò che facciamo, testimoniando la verità del vangelo: «Chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio» (1Gv 4,7). «Essere pronti a servire Gesù nei fratelli» (cf. Colletta) è la forma quotidiana con cui possiamo autenticare la fede in quel Dio che «ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati (4,10). Infatti, «se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri» (4,11). La semplicità con cui Marta apre la sua casa e il suo cuore alla presenza del Signore è un monito per noi a tenere gli occhi ben aperti. Essere capaci non è indispensabile, perché il cielo è paziente e la vita una grande maestra. Essere pronti è tutto, poiché «la risurrezione e la vita» (Gv 11,25) bussano ora alla nostra porta.


28 luglio 2010

Mercoledì - XVII settimana del Tempo Ordinario

Letture: Ger 15,10.16-21 / Sal 59 / Mt 13,44-46


LA GIOIA DI SCEGLIERE



Vedere il bicchiere mezzo pieno non è solo questione di benessere e armonia, è pure forza per scegliere, indispensabile atto di volontà che scaturisce da un cuore «pieno di gioia» (Mt 13,44). Almeno questo è quanto il vangelo oggi proclama, con intrigante e asciutta poesia.


Due brevi parabole sono sufficienti al Signore Gesù per annunciare che il «regno dei cieli» (13,44) - ciò che noi identifichiamo con una vita piena e salvata nell’amore - è accessibile a chi si lascia completamente afferrare dalla sua bellezza e dal suo valore. Sia l’uomo che «trova» accidentalmente «un tesoro nascosto nel campo» (13,44), sia il «mercante che va in cerca di perle preziose» (13,45), maturano la stessa, folle decisione, descritta dallo stesso Maestro: «va, vende tutti i suoi averi e lo compra» (13,46). Il vangelo si incontra e si rinnova solo così, attraverso la scoperta di una felicità e di un bene che ci rendono serenamente disposti a relativizzare - fino a poter abbandonare - ogni altra cosa.


Questa capacità di scorgere le cose belle e preziose seminate da Dio lungo il nostro cammino ha tuttavia bisogno di essere costruita e purificata. Il profeta Geremia, divenuto capace di divorare «con avidità» le «parole» del Signore che divennero «la gioia e la letizia» del suo cuore (Ger 15,16), ci trasmette la sua esperienza: «Non mi sono seduto per divertirmi nelle compagnie di gente scherzosa, ma spinto dalla tua mano sedevo solitario» (15,17). I nostri sensi hanno bisogno di un’ascesi e di una purificazione che si compie solo nella solitudine del cuore. Solo scendendo nella profondità del nostro essere impariamo a «distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile», fino a diventare interiormente solidi. Persino «come un muro durissimo di bronzo» (15,20).


Se vogliamo una vita piena - se desideriamo entrare nel regno dei cieli - dobbiamo imparare a selezionare le perle, e a osservare in profondità ciò che incontriamo, senza considerare oro tutto ciò che luccica. La felicità, che è il destino di ciascuno di noi, è vicina, prossima a noi. Non sta né indietro, nel passato a cui non possiamo e non dobbiamo tornare, né in alto, negli impossibili scenari futuri. È qui, in mezzo a noi.


27 luglio 2010

Martedì - XVII settimana del Tempo Ordinario

Letture: Ger 14,17-22 / Sal 79 / Mt 13,36-43


MEZZO PIENO



Il cielo era sigillato in quei tempi, il «terreno screpolato»; non cadeva più «pioggia nel paese» (Ger 14,4) di Israele. Un’interminabile «siccità» (14,1) aveva messo a dura prova il popolo, provocando una «ferita mortale» (14,17), un tempo di «terrore» (14,19). Erano crollati i punti di riferimento, le sicurezze un vago ricordo: «Anche il profeta e il sacerdote si aggirano per la regione senza comprendere» (14,18). Restavano solo le domande dell’angoscia e della disperazione: «Hai forse rigettato completamente Giuda, oppure ti sei disgustato di Sion? Perché ci hai colpiti, senza più rimedio per noi?» (14,19).


Talvolta la realtà non appare in altro modo se non nella forma sconveniente e dolorosa di un mistero inaccessibile. Un bicchiere assolutamente mezzo vuoto, che fa grondare «lacrime notte e giorno, senza cessare» (14,17). Una partita che non riusciamo più a giocare, in cui «non c’è alcun bene» (14,19) ai nostri occhi. Forse questa coscienza deve aver indotto i «discepoli» del Maestro Gesù ad avvicinarsi a lui per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo» (Mt 13,43). Il presagio che la parabola contenesse una speranza insolita, troppo bella aveva probabilmente affascinato i seguaci di Cristo, lasciando in loro lo stimolo a cercare un’approfondimento, un’ulteriore spiegazione.


Il Signore Gesù ribadisce i termini dell’insegnamento parabolico, illustrando i dettagli con precisione: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo» (13,37-39). Il mondo è coltivato ‘a bene’ e non ‘a male’. Gli «scandali e le «iniquità» (13,41) sono frutto di un’azione di disturbo del diavolo. Nonostante il bene e il male, prima della «fine del mondo», possano convivere nel medesimo terreno, molto diverso sarà il loro destino: «Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti» (13, 41-42).


Sì, i discepoli avevano proprio capito bene! Il male è privo di futuro, non può durare in eterno, poiché non viene da Dio. Solo l’amore resta e non va perduto mai. La parabola della zizzania vuole alimentare la pazienza e l’ottimismo che il nostro cuore conosce a causa del vangelo. Di fronte alle grandi opere che il Signore ha compiuto per noi, fino a proclamare la nostra vita più importante persino della sua sulla croce, a noi non resta che esclamare sempre: «In te noi speriamo, perché tu hai fatto tutto questo» (Ger 14,22). Vedere il bicchiere della realtà mezzo pieno non è roba da visionari o da sempliciotti. È semmai lo sguardo dei lottatori miti, dei discepoli di un Dio potente nella compassione, che pone la «fine del mondo» in ciò che fin d’ora possiamo umilmente fare: rigettare il male e compiere il bene. Nell’attesa serena di quel giorno in cui gli uomini e le donne, finalmente giusti, «splenderanno come il sole nel regno del Padre loro» (Mt 13,43).


25 luglio 2010

XVII Domenica del Tempo Ordinario - Anno C

Letture: Gen 18,20-32 / Sal 138 / Col 2,12-14 / Lc 11,1-13


CON FIDUCIA



Esiste una parte migliore nella vita, che possiamo imparare a scegliere per uscire definitivamente dall’infanzia, riconoscendo nell’altro un fratello a cui offrire il volto e il cuore. Questo meglio che non ci può essere tolto da niente e da nessuno è la vocazione a cui Dio ci ha chiamato, attraverso il dono della vita, e si alimenta attraverso la preghiera. La liturgia di questa domenica ci fa volgere lo sguardo verso «il mistero della preghiera» che Cristo «ci ha insegnato» e testimoniato. Una preghiera semplice e chiara, da farsi «con fiducia e perseveranza» (Colletta).


Padre premuroso

Già i testi antichi della Genesi tratteggiavano un Dio attento e premuroso di fronte alle vicende dell’umanità da lui creata: «Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutti il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!» (Gen 18,20-21). Inutilmente cercheremmo di rintracciare in queste parole l’intenzione rabbiosa di un Dio che vuole, il più presto possibile, giudicare e castigare gli uomini. Siamo davanti allo sconforto di un Dio paterno, che soffre e non riesce a stare immobile sentendo le grida di dolore della sua umanità che trasforma la vita in esperienza di morte, attraverso il male desiderato e scelto. Abramo sembra intuire quanto prevalga in Dio la misericordia rispetto al giudizio. La Scrittura lo descrive nell’atto di avvicinarsi (cf. 18,23) a Dio e di ingaggiare con lui un patteggiamento serrato: «Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio», fino a piegare il cuore di Dio verso la piena compassione: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci» (18,32). La preghiera di Abramo scopre e manifesta un Dio che sembra disposto a fare ciò che noi gli chiediamo. Un Dio che ascolta «le parole della mia bocca», che mi ridona vita quando «cammino in mezzo al pericolo», che mi fa esclamare: «Il Signore farà tutto per me» (cf. salmo responsoriale) è l’unico Dio con cui accetto di iniziare un rapporto di amicizia. Quando siamo piccoli infatti, un padre non ha altro modo per dichiararci il suo amore, se non attraverso quell’attenzione premurosa con cui cerca di venire incontro al nostro grido e al nostro bisogno. Per esaudirci, finché le nostre richieste sono buone o accettabili, finché non giunge il tempo in cui dobbiamo dobbiamo crescere e diventare adulti «nell’esperienza dell’amore» (cf. Colletta).


Figli invadenti

A discepoli ormai maturi, il Maestro ha svelato un giorno il segreto della sua preghiera, che ormai è anche la nostra: «Padre...» (Lc 11,2). In queste parole ci è stato insegnato a chiedere poco, ma a farlo sempre, addirittura con «invadenza» (11,8). La preghiera è il respiro con cui dobbiamo imparare a mettere, quasi caparbiamente, il nostro bisogno «quotidiano» (18,3) davanti al Dio che, donandoci l’esistenza, deve anche provvedere al suo adeguato nutrimento. Questa minuscola preghiera - ancora più breve nella versione distillata di Luca - educa il nostro cuore a non ingolfare il rapporto con Dio con troppe parole, ma a concentrare nell’immagine di un pane «nostro» l’atteggiamento di fiducia che è nutrimento all’amore. Infatti, le note esplicative che Gesù ha aggiunto immediatamente dopo ci aiutano a capire che il modo con cui preghiamo è quasi più determinante di quello che diciamo. Attraverso la parabola dell’amico invadente, che osa andare di notte a chiedere tre pani, il Signore Gesù manda in crisi gli atteggiamenti inutilmente devoti con cui stiamo davanti a Dio, talvolta solo per nascondere timori ed egoismi: «Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?» (11,11-12). La principale «tentazione» (11,4) alla crescita della nostra umanità è la sfiducia che abbiamo nei confronti di un Dio che sospettiamo crudele. Dopo tutte le preghiere non ascoltate e i sogni non realizzati, da adulti fatichiamo a credere che Dio sia davvero un padre premuroso e attento, quella persona buona che invece era la nostra incrollabile certezza quando eravamo piccini.


Crescere

«Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!» (11,13). Con estrema franchezza, il Maestro ci smaschera e ci salva. La verità non è che Dio sia cattivo, ma che il nostro cuore lo è diventato, complice di una vita sociale e individuale che spesso è come un «documento scritto contro di noi» (Col 2,14). Anziché accontentarci di quello che c’è, siamo sempre alla ricerca di quello che manca, come figli viziati e capricciosi. Anziché abbracciare la vita come una missione d’amore, bisognosa in fondo soltanto di una divina energia - lo Spirito Santo - eccoci ogni giorno a mendicare prove d’amore, per sentirci ancora una volta coccolati, apprezzati e voluti bene. Lo Spirito Santo? A noi, francamente, basterebbe molto meno: un po’ di pace in famiglia, un ambiente lavorativo più sereno, una migliore comunità di fratelli, un marito, una moglie, dei figli. Tutte cose legittime e belle che, però - guarda un po’ - il Signore si è dimenticato di includere, quando uno di noi gli ha chiesto: «Signore, insegnaci a pregare» (11,1). Se così stanno le cose, se Dio è un Padre pieno di amore per noi, che ha inchiodato alla «croce» (Col 2,14) di suo Figlio «tutte le colpe» (2,13) nostre; se noi siamo figli chiamati a cooperare con lui nella storia del mondo, forse possiamo ricominciare a costruire i nostri giorni su quella dura roccia che si chiama fiducia. Appoggiare i nostri sogni e i nostri desideri su questo invisibile atteggiamento del cuore è l’unico vero riscatto che il cielo ci accorda continuamente. Solo dalla fiducia, infatti, nasce l’audacia tenace che trasforma il mondo nel «regno» (Lc 11,2) di Dio, dove ci si vuole bene come fratelli, perdonandosi «i peccati» (11,4) a vicenda. Unicamente attraverso la fiducia il labirinto dei nostri giorni diventa una strada percorribile, dove le cose si trovano e le porte si trovano. Non è un sogno. È addirittura un comando a cui siamo liberi di obbedire: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto» (11,9-10).


22 luglio 2010

Memoria di Santa Maria Maddalena

Letture: Ct 3,1-4 / Sal 63 / Gv 20,1-2.11-18


OLTRE LE LACRIME



Quella soglia che siamo chiamati a oltrepassare pur avendo paura di farlo - i nostri limiti dicevamo - assomiglia a una notte bagnata dalla rugiada delle lacrime, minuscola manifestazione in cui si condensa l’oceano dei nostri affetti. Questa notte è un mistero che si attraverso solo rimanendo in una certa solitudine, ma che può terminare prima dell’alba, quando è «ancora buio» (Gv 20,1).


Questa notizia, abbastanza misteriosa e difficile a credersi, è il regalo che ogni anno riceviamo dalla memoria liturgia di Maria Maddalena, a cui il Signore risorto ha voluto affidare «il primo annunzio della gioia pasquale» (cf. Colletta). Sul suo «letto, lungo la notte» (Ct 3,1), Maria non è stata proprio capace di rimanere. Si è alzata, ha fatto «il giro della città per le strade e per le piazze» con un solo desiderio: «voglio cercare l’amore dell’anima mia» (3,2). Il suo cuore non ha avuto paura di mettersi alla ricerca di ciò che le mancava, ha sfidato la notte con tutti i suoi terrori. Maria Maddalena si è recata «al sepolcro di mattino», prima dell’alba, nell’ora in cui la luce ancora manca, e «vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro» (Gv 20,1).


Il suo itinerario sofferto e appassionato si è compiuto attraverso le lacrime che, come un indispensabile collirio dell’anima, hanno purificato la sua capacità di cogliere nella realtà le tracce dell’amato suo «Signore» (20,13). Ed ha avuto il culmine proprio nel momento in cui «non sapeva» (20,14) di essere già giunta di fronte al desiderio del suo cuore: «Donna perché piangi? Chi cerchi?» (20,15).


Tutto questo diventa per la chiesa - per noi - un bellissimo vangelo. Nei momenti in cui si sembra che la nostra fede - la nostra vita - sia giunta al capolinea, solo la rabbia e la tenacia dell’amore può salvare ancora i nostri sorrisi. La speranza della vita che non finisce si incontra quando è ancora buio, quando le cose non sono ancora chiare. La gioia della risurrezione di Cristo non può essere afferrata - «Non mi trattenere» (20,17) - ma può rischiarare il nostro volto. Non è la soluzione a tutti i problemi di una vita che resta nelle nostre mani, eppure è forza nelle gambe e canto che fiorisce dalle nostre labbra: «Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: ‘Ho visto il Signore!’ e ciò che le aveva detto» (20,18).

21 luglio 2010

Mercoledì - XVI settimana del Tempo Ordinario

Letture: Ger 1,1.4-10 / Sal 71 / Mt 13,1-9


LIMITI



A metà della settimana (Mittwoch, in tedesco) la liturgia comincia la lettura di Geremia il profeta e il vangelo di Matteo propone la sezione parabolica. Ci dobbiamo disporre ad ascoltare parole profetiche e metaforiche, profonde e luminose, rivolte a noi «per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere,per edificare e piantare» (Ger 1,10).


Seduto «in riva al mare», osservando «tanta folla» stretta «attorno a lui» (Mt 13,1.2), il Maestro Gesù decide di sedersi su una barca e di parlare «di molte cose con parabole» (13,3). Dopo il grande discorso della montagna (cc. 5-7), dopo i primi segni (cc. 8-9), dopo la prima onda missionaria (c. 10) e dopo le prime dispute e i primi rifiuti (cc. 11), l’annuncio del Regno sembra conoscere la difficoltà di radicarsi nella terra dell’umanità. Allora Gesù, racconta una parabola che è la sintesi e la chiave di lettura di tutte le altre: «Ecco, il seminatore uscì a seminare...» (13,3). Parabola tanto nota, quanto continuamente bisognosa di essere condotta all’attenzione del cuore. I diversi terreni che, con le loro difficoltà, ostacolano il maturare del seme, posti in contrapposizione al «terreno buono» che porta un «frutto» impensabile: «il cento, il sessanta, il trenta per uno» (13,8) ci dicono quanto la maturazione della parola di Dio in noi sia un percorso difficile, che tuttavia giunge a una sorprendente fecondità. Di questa parabola facciamo fatica a custodire l’unità, ora facendo memoria solo dei limiti nei quali inciampiamo frequentemente - superficialità, emotività, idolatria - ora illudendoci con la sola speranza del riscatto finale.


Nella reazione di Geremia di fronte alla «parola del Signore» (Ger 1,4) possiamo cogliere questo sguardo segnato dalla paura, che facilmente si esprime sotto forma di scusa o di giustificazione: «Ahimè, Signore Dio! Ecco, io non so parlare, perché sono giovane» (1,6). Con estrema tenerezza, il Signore entra in dialogo con i timori del giovane profeta: «Non dire: ‘Sono giovane’... Non aver paura di fronte a loro... Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca» (1,7.8.9).


La maturazione della nostra umanità secondo il desiderio di Dio conosce soprattutto il limite posto dalla repulsione nei confronti di un viaggio che vuole assorbire tutto ciò che è in noi, per condurci al di là di noi stessi. Come fanno i semi quando fecondano la terra, trasformandola in distese di colori e di frutti. La voce di Dio ci raggiunge proprio mentre noi rimbalziamo contro questo odioso limite, che dice la misura del nostro esitare, ma non pone certo fine al desiderio di Dio: «Io sono con te per proteggerti» (1,8).


20 luglio 2010

Martedì - XVI settimana del Tempo Ordinario

Letture: Mi 7,14-15.18-20 / Sal 85 / Mt 12,46-50


DISTINZIONI



Dev’essere stato un brutto momento quello in cui la madre e i fratelli di Gesù non si sentirono accolti in modo preferenziale, quel giorno in cui «stavano fuori» dalla casa dove era radunata una «folla» per ascoltare l’annuncio del Regno di Dio. A chi fece notare al Maestro la speciale visita: «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti» (Mt 12,47) fu detto: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Domanda non certo retorica, che non ebbe altra risposta se non quella dello stesso Signore Gesù il quale, «tendendo la mano verso i suoi discepoli», aggiunse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12,49-50). Accanto al turbamento umano, possiamo immaginare che Maria non abbia trovato sconveniente essere considerata alla pari di quei discepoli stretti a cerchio attorno alla carne del suo Figlio. Lei che, per prima, ha compreso e accettato l’irruzione nella storia di un Dio che rinuncia a qualsiasi posizione di privilegio e di potere, per potersi fare «tutto a tutti» (1Cor 9,22), senza «preferenze personali» (2Cr 19,7).


Per quanto appaia bello, giusto e persino intrigante, questo tratto dell’agire di Cristo, è per noi difficile da assimilare. Trova infatti poca corrispondenza nel nostro agire, così bloccato dai giudizi e dalle convenzioni, così tarpato dalle preferenze e dai protocolli. Eppure questa rinuncia a tenere conto delle differenze esistenti è intimamente legata all'amore, che sempre sa distinguere tra ciò che uno fa e ciò che uno è. Il «Dio che non fa preferenze di persone» (At 10,34) riesce a operare una continua separazione tra noi e i nostri fallimenti, tra la nostra natura di creature amate e la nostra realtà di peccatori. Il profeta Michea ricorre a immagini molto efficaci, per raccontare un Dio che «si compiace» di manifestare» (Mi 7,18) sempre la «fedeltà» del suo «amore» (Mi 7,20) per noi. Dio è colui che calpesta con i suoi piedi «le nostre colpe», che getta «in fondo al mare tutti i nostri peccati» (7,19) e copre con il manto della sua «fedeltà» (7,20) la nostra povertà e la nostra vergogna.


I gesti e le parole del Maestro Gesù danno una incredibile conferma a queste profezie. Ai suoi occhi, le persone che stanno attorno a lui per ascoltare la sua parola, non sono solo discepoli che ascoltano, ma in un certo senso già figli di Dio capaci di metterle anche in pratica. Sappiamo che in realtà questo non è vero. Ce lo testimonia la narrazione evangelica così come quella della nostra vita. Tuttavia è pure vero, poiché lo sguardo di Dio su di noi è potenziato dalla luce dell’amore che gli permette di scorgere in noi non solo quello che ora siamo, ma anche quello che domani saremo: uomini e donne sempre capaci di rialzarsi dai propri peccati, perché amati.