18 maggio 2012

Ascensione del Signore – Anno B

At 1,1-11 / Sal 46 / Ef 4,1-3 / Mc 16,15-20

SINERGIA


Gesù se ne va, ascende al cielo. E a noi che rimane della sua splendida vittoria pasquale? Per accedere alla «santa gioia» (cf. Colletta) nascosta nella festa dell’Ascensione del Signore Gesù, ogni anno dobbiamo compiere un cammino per nulla scontato attraverso le Scritture che ci raccontano questo grande mistero. 
Perché?
Ma non era più utile che il Risorto rimanesse nel caos enel tumulto della realtà umana? Non sarebbe stata una storia diversa la nostra, se Cristo «dopo la sua passione» avesse continuato a mostrarsi «vivo, con molte prove», continuando a parlarci «delle cose riguardanti il regno di Dio» (At 1,3)?! Non lo sappiamo. Possiamo certo immaginare che  sarebbe stata una storia meno libera, meno adulta perché meno responsabile. La vita della chiesa, raccontata negli Atti degli Apostoli, si apre proprio con l’uscita di scena di Gesù dal palcoscenico della storia, attraverso il ricordo dell’Ascensione, che il Signore compie di fronte allo sguardo trasognato dei suoi discepoli. Prima di questo definitivo viaggio, il Figlio di Dio diventato uomo offre un ultimo annuncio, un’estrema precisazione: «Sarete battezzati in Spirito Santo» (1,5), «riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra» (1,8). Mentre il Maestro si allontana, annuncia la venuta di una nuova e sconvolgente presenza di Dio nell’umanità. Una presenza capace di estendere i suoi confini fino alle estremità della terra. È questo il motivo ultimo dell’Ascensione: la discesa sulla terra completa e permanete dello Spirito Santo. San Paolo, con altro linguaggio, illustra così il misterioso avvenimento: «(Cristo) ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose» (Ef 4,10). 
Per noi
Nella scelta di ascendere al cielo, non c’è dunque alcuna volontà in Dio di togliere qualcosa, semmai di aggiungere ulteriori tesori per la salvezza umana. Proprio come i salmi, profeticamente, già cantavano: «Asceso in alto, ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini» (4,8). Sì, proprio per noi Cristo è asceso al cielo, perché la nostra vita potesse diventare felice, adulta e piena, perché «arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (4,13). C’è soltanto il rischio di rimanere paralizzati davanti a un dono così grande! Gli stessi apostoli furono infatti rimproverati il giorno dell’Ascensione da parte di «due uomini in bianche vesti» (At 1,10) che dissero loro: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo» (1,11). In attesa dello Spirito non bisogna stare a naso in su verso il cielo, ma con gli occhi rivolti verso la terra e verso i fratelli. «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15), dice Gesù agli Undici, prima della sua Ascensione. Non bisogna aver paura, dal momento che ci saranno alcuni «segni» che «accompagneranno» (16,17) la vita di chi aderisce alla novità del Vangelo. Il Maestro, premuroso, li spiega.
Con noi
Chi crede nella venuta e nel ritorno di Cristo è capace di scacciare i «demoni» (16,17), cioè di non convivere pericolosamente con il male e con l’ingiustizia. Il discepolo mandato ai fratelli comincia a parlare «lingue nuove» (16,17). Infatti chi possiede la speranza della vita eterna parla davvero un nuovo linguaggio, la lingua che racconta un amore inaudito, quello di Cristo. Maneggiare i «serpenti» (Mc 16,18) è un’altra abilità tipica degli apostoli del Signore. Chi crede non è più schiavo della menzogna, della tentazione, della divisione, ma riesce a domare ogni potenzialità negativa di cui il serpente è nella Bibbia potente immagine. E se al discepolo dovesse capitare di ingurgitare il calice amaro del «veleno» — segno di sofferenza e di morte — questo per lui non sarà un «danno» (16,18) irreparabile, ma un passaggio che si apre al mistero della risurrezione. Nulla potrà impedire a chi crede di diventare benedizione vivente di Dio per ogni uomo: «(Quelli che credono) imporranno le mani ai malati e questi guariranno» (16,18). Il Vangelo ci racconta che, dopo il distacco dell’Ascensione, gli apostoli partirono e «il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano» (16,20). Il Signore è asceso al cielo per poter vivere una nuova e meravigliosa sinergia con noi, non più limitata dallo spazio e dal tempo, ma universale e fraterna, aperta «a ogni creatura» (16,15). Ormai tutta la creazione è sotto la signoria di un Dio che è «Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4,6). I segni della sua presenza sono ormai vincolati al segno della nostra umanità, che può scegliere di aprirsi alla potenza redentrice del mistero pasquale. «Ciascuno di noi» ha una «grazia secondo la misura del dono di Cristo» (4,7), cioè un compito da scoprire, una missione da realizzare in questo mondo. Nella misura in cui la scopriamo e, con responsabilità, ne assumiamo tutti i costi, anche noi entriamo in sinergia con il disegno di Dio ormai rivelato: «edificare», giorno per giorno, il meraviglioso edificio del «corpo di Cristo» (4,12) e gustare la «pienezza di tutte le cose» (4,10).

17 maggio 2012

Giovedì della VI settimana di Pasqua


IL VALORE DELLE PAUSE


Le Scritture di oggi orientano la nostra riflessione sul significato del tempo, in particolare su quei momenti che, in prima battuta, ci sembrano inutili e insopportabili pause nello spartito della nostra vita.
«Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete» (Gv 16,16). 
Queste parole brevi, misteriose, che Gesù rivolge ai suoi nell’intimità dell’ultima cena consumata insieme, suscitano non poco stupore e perplessità. La spiegazione del Maestro non è chiarissima, ma molto intrigante:
«In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. 
Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia» (16,20). 
Mentre noi siamo abituati a giudicare le cose che ci capitano guardandoci allo specchio, per verificare se il cambiamento in corso è da ascrivere alla colonna delle perdite o dei profitti, il Signore Gesù ci aiuta a comprendere che la realtà non va guardata soltanto in rapporto a noi stessi. Nessuna sofferenza è chiusa e autoreferenziale, soprattutto se accolta e vissuta come obbedienza al vangelo di Cristo. Inoltre, le parole del Maestro ci rivelano che quella quantità infinitesimale di vita — che ai nostri occhi pare solo una pausa insignificante — è la misura necessaria per consentire alle cose e agli avvenimenti di rivelarsi fino in fondo. Spesso nella vita è sufficiente attendere un po’ per vedere come tutto può e deve cambiare. 
Così è successo all’apostolo Paolo il quale, dopo aver collezionato una serie di porte in faccia, ha compreso che, proprio attraverso questo non previsto rifiuto, si stava rivelando qualcosa di nuovo: l’annuncio del vangelo si propagava nel cortile dei pagani, il regno di Dio usciva definitivamente dai recinti di Israele per diventare universale salvezza
Ma poiché essi si opponevano e lanciavano ingiurie, egli, scuotendosi le vesti, disse: 
«Il vostro sangue ricada sul vostro capo: io sono innocente.
D’ora in poi me ne andrò dai pagani» (At 18,6).
Anche a noi, oggi, è annunciata la buona notizia che le pause, nella vita, sono assai preziose, più di tanti momenti programmati e, lungamente, bramati. I destini più belli a cui siamo chiamati non li scopriamo , infatti, quando si realizzano i nostri sogni — ancora così ‘nostri’ — ma quando rimaniamo con disponibilità dentro quelle assurde e incomprensibili parentesi che il Signore dispone con sapienza nella trama dei nostri giorni. Quei momenti di buio, attesa e solitudine nei quali non sembra accadere nulla, mentre ci sta capitando di diventare amore. 

14 maggio 2012

Festa di san Mattia


SCELTI


La ricorrenza liturgica di Mattia, l’apostolo «che fu associato agli undici apostoli» (At 1,26) dopo la scomparsa di Giuda l’Iscariota, diventa ogni anno l’occasione per ridestare in noi lo stupore, riguardo ai modi attraverso cui il Signore chiama a diventare partecipi della Chiesa e del suo ministero nel mondo. Mattia rappresenta il primo di una lunga serie di apostoli che il Signore ha scelto e costituito non direttamente, ma attraverso la mediazione della comunità dei credenti.
«Bisogna dunque che, tra coloro che sono stati con noi 
per tutto il tempo nel quale il Signore Gesù ha vissuto fra noi, 
cominciando dal battesimo di Giovanni 
fino al giorno in cui è stato di mezzo a noi assunto in cielo, 
uno divenga testimone, insieme a noi, della sua risurrezione» (1,21-22). 
Tuttavia il modo con cui la preferenza è andata su di lui anziché su un altro possibile candidato può apparire ai nostri occhi alquanto stravagante: 
Tirarono a sorte fra loro e la sorte cadde su Mattia (1,26).
Eppure proprio questo singolare ingresso nel collegio apostolico può diventare una luce con cui rileggere i modi e i tempi con cui anche noi ci troviamo coinvolti nella vita e nella missione della Chiesa. Spesso — forse il più delle volte — dobbiamo ammettere che il disegno di Dio si compone per ciascuno di noi proprio dietro al velo, arbitrario, talvolta assurdo e indecifrabile, della realtà quotidiana. Potremmo dire che, a un certo punto, non conta più la forma, quando scopriamo fino a che punto che il Signore ci vuol bene e ci coinvolge nella sua stessa vita.
«Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone;
 ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio 
l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15). 
Ciò che conta, invece, è saper cogliere, nelle circostanze più o meno favorevoli in cui la nostra vita si trova, l’occasione per vivere l’amore più grande.
«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. 
Nessuno ha un amore più grande di questo: 
dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,12-13). 
In fondo san Mattia rappresenta bene ogni discepolo: siamo tutti pezzi aggiunti, umanità associata alla vita di Dio in forme che, se anche possono sembrare occasionali, non sono mai involontarie. Perché tutti siamo stati da Dio «scelti», cioè da sempre desiderati e amati. 

12 maggio 2012

VI Domenica del Tempo di Pasqua – Anno B

At 10,25-26.34-35.44-48 / Sal 97 / 1Gv 4,7-10 / Gv 15,9-17

CHIAMATI AMICI


Il lungo tempo di Pasqua non può e non deve compiersi prima di aver ricordato alla comunità dei credenti fino a che punto Dio ha voluto coinvolgersi con la nostra umanità. Non solo con un rapporto di premurosa cura — come quello tra un pastore e le sue pecore — non solo con un legame forte — come quello tra la vite e i suoi tralci — ma addirittura attraverso una speciale intimità di sentimento, di vita e di pensiero che caratterizza ogni relazione di vera amicizia: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11).
Inclusività
L’amicizia nasce dall’abitudine a nutrire rapporti non esclusivi con la realtà. Gli apostoli hanno faticato non poco ad accettare questo modo di agire da parte di Dio, prima di  riconoscere «che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo» (At 10,45) e «sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola» (10,44). Furono necessarie confronti accesi, preghiere e lotte, conversioni del cuore, per giungere a capire che il Dio di Israele  «non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga» (10,34-35). La capacità di costruire rapporti di amicizia si fonda su un cuore libero, incline ad avvertire l’altro non come avversario da temere, ma come volto da incontrare e conoscere. 
Selettività
Eppure avere un cuore aperto e curioso non è incompatibile con l’attitudine a valutare e selezionare. Anzi, la vita ci mostra come la scarsa abitudine a non stabilire differenze tra le cose, le occasioni e le persone ci conduce presto dentro un triste gioco di indifferenza, nel quale riusciamo ad avere unicamente rapporti superficiali e occasionali. Quasi scusandosi, o volendo assumere tutta la responsabilità del rapporto di speciale intimità stabilito con i Dodici, il Signore Gesù dichiara di aver «scelto», cioè di aver voluto davvero stabilire con loro una profonda comunione: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Gv 15,16). 
Universalità
La preferenza di Gesù verso i suoi discepoli spiega, paradossalmente, l’universalità del suo amore. Egli infatti ha potuto offrire la sua vita per ogni uomo, proprio per il fatto di averla prima donata e consegnata a quelle povere e semplici persone con cui aveva intessuto un rapporto di amicizia, aprendo loro il suo cuore, confidando loro il segreto del cuore di Dio: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (15,15). L’amore non è un sentimento, ma un percorso che passa necessariamente attraverso la stagione dell’amicizia, quel tempo in cui accettiamo di stabilire una particolare intimità con qualcuno. Spesso ci illudiamo di poter amare senza coinvolgerci veramente con l’altro, senza correre il rischio di sporcarci le mani con la sua diversità. Magari per non sperimentare il trauma del rifiuto e della solitudine. Ma così facendo corriamo un rischio ben più grave. Ci schermiamo da ogni reale possibilità di «dare la vita» (15,13) e di approfondire il nostro cammino di fede, dal momento che «chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (1Gv 4,8). 

Solo percorsi di amicizia possono diventare, nel tempo, autentico amore. Solo una graduale compromissione della nostra vita con quella degli altri può inverare quell’esodo da egoismo e solitudine che il cuore anela e la Pasqua di Cristo annuncia. 

08 maggio 2012

Martedì della V settimana di Pasqua


SALDI


Ormai prossimo al fallimento della croce e alla speranza della risurrezione, il Signore Gesù decide di rivolgere ai discepoli parole di grande conforto. Annuncia loro il dono della pace, senza generare però l’illusione che questa promessa possa identificarsi con un semplice progetto di benessere umano.
«Vi lascio la pace, vi do la mia pace.
Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14,27)
Purtroppo il Maestro non fornisce molte spiegazioni, più preoccupato di distinguere la sua pace da quelle già note e bramate che di definirne il senso. Tuttavia le successive parole di rassicurazione, lasciano intendere molto.
«Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (14,28).
Se i discepoli non devono avere paura — proprio dopo aver udito un annuncio di pace — sorge il ragionevole sospetto che la pace di Gesù non coincida affatto con una situazione in cui vengono a mancare le tribolazioni e le persecuzioni. Il libro degli Atti offre a questo riguardo una certa conferma, raccontando le disavventure di Paolo a causa del vangelo annunciato nelle città della Licaònia.
Giunsero da Antiòchia e da Icònio alcuni Giudei, i quali persuasero la folla.
Essi lapidarono Paolo e lo trascinarono fuori dalla città, credendolo morto (At 14,19).
La crudeltà e la violenza della vessazione non sembra arrestare lo slancio missionario dell’apostolo, che  insieme a Bàrnaba si rimette subito in marcia per confortare i fratelli e annunciare con franchezza la logica delle Beatitudini.
Dopo aver annunciato il vangelo a quella città 
e aver fatto un numero considerevole di discepoli,
ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, confermando i discepoli
ed esortandoli a restare saldi nella fede
«perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni» (14,21-22).
Il tempo pasquale ci ricorda che la porta per entrare nel regno non è la pace dei sensi, ma la pienezza delle motivazioni che consentono al nostro agire di essere inarrestabile movimento d’amore. Dentro molte tribolazioni — nel corpo o nell’anima — il discepolo di Gesù riceve dal suo Signore il regalo di un’imperturbabile tranquillità. E si rende conto che questa è l’unica cosa di cui c’è davvero bisogno: l’amore ricevuto e restituito, l’agire come figli. Su questo si regge la vita del mondo.
«Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre,
e come il Padre mi ha comandato, così io agisco» (Gv 14,31).

07 maggio 2012

Lunedì della V settimana di Pasqua


ESSERE AMATI


È abbastanza straordinaria la nostra capacità di cogliere il margine anziché il centro di un discorso. Soprattutto quando è Dio a parlarci. Davanti alle meravigliose promesse di Gesù:
«Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama.
Chi ama me sarà amato dal padre mio 
e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Gv 14,21).
la reazione del discepolo Giuda (non l’Iscariòta) rivela un’imbarazzante difficoltà a restare sui temi più cruciali, privilegiando quelli più leggeri, che ci autorizzano a un certo disimpegno:
«Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi,
e non al mondo?» (14,22).
Il Maestro Gesù non si scompone e non si lascia distrarre da una domanda che sposta l’accento sul problema della manifestazione di Dio, anziché sull’esperienza d’amore in cui i discepoli sono chiamati a entrare senza paura.
«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà
e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (14,23).
La fatica con cui Paolo, nel racconto degli Atti, riesce a convincere gli abitanti di Listra a non offrire a lui e a Barnaba un sacrificio, dopo la guarigione di un uomo paralizzato dalla nascita, ci fa capire meglio la strana replica di Giuda alle parole di Gesù. 
«Uomini, perché fate questo? Anche noi siamo esseri umani, mortali come voi,
e vi annunciamo che dovete convertirvi da queste vanità al Dio vivente» (At 14,15).
Noi siamo molto più colpiti dalla manifestazione di Dio — specialmente quando è straordinaria e potente — che dal suo amore per noi — essenzialmente ordinario e debole. Per questo preferiamo tenere fisso lo sguardo sulle situazioni eclatanti che ci accadono, invece che assaporare il cibo della compassione. Oppure ci leghiamo alle persone e alle situazioni che ci indicano il volto del Signore, anziché osare l’avventura di un rapporto personale con lui, nel quale la nostra povertà è chiamata a diventare l’unico luogo di incontro e di scambio. Fatichiamo a credere che il nostro bisogno d’amore è ormai invitato a risolversi nel cuore squarciato di Cristo. Invece, il tempo di Pasqua diventa fecondo solo nella misura in cui impariamo a voler bene a Gesù, restando uniti alla sua parola. Lasciando che la linfa del suo bene spenga ogni agitazione e dissipazione del cuore. 

05 maggio 2012

V Domenica del Tempo di Pasqua – Anno B

At 9,26-31 / Sal 21 / 1Gv 3,18-24 / Gv 15,1-1

PORTARE FRUTTO


Non solo dietro, come le pecore fanno col pastore, ma anche dentro, come sono i tralci nei confronti della vite. In questo modo si approfondisce la liturgia di domenica scorsa del buon pastore, attraverso l’allegoria della «vera vite» (Gv 15,1), che il Maestro Gesù utilizza per parlare ai suoi discepoli ormai prossimo alla sua passione. È un’immagine splendida, potente e semplice, che ci fa riflettere su quanto grande sia il legame che unisce la nostra vita a quella di Dio.

Tagliare
Se è vero che l’amore di Dio, con cui siamo stati creati e salvati, è un formidabile legame che strappa la nostra vita da qualsiasi paura, ci sono alcune radicali conseguenze che dobbiamo riconoscere e accettare. Il Maestro le dichiara: «Ogni tralcio che in me non porta frutto (il Padre mio) lo taglia» (15,2). Dobbiamo ammettere che è sempre molto difficile accogliere i tagli della vita. Reagiamo subito malissimo. Eppure non sempre avremmo ragioni per lamentarci, dal momento che molte (troppe?) cose nella nostra vita sono rami secchi che, da tempo, non danno alcun frutto, binari morti che non ci portano da nessuna parte. La parola ruvida del vangelo ci costringe a valutare le cose non per i loro presupposti, ma per le loro conseguenze. Non portare frutto significa non portare il bene. Ci sono interi settori della nostra esistenza che non portano alcun bene, anzi sono forieri di male e ingiustizia. Il Signore Gesù ci propone una lettura molto seria della nostra storia, ricordandoci che esiste una provvidenza in base alla quale ciò che non porta frutto prima o poi è destinato a morire. Tante volte ci ostiniamo a mantenere cattive abitudini e a giustificare annosi vizi, pensando che non ci sarà mai il momento della verità. E invece, fortunatamente, giunge sempre il tempo in cui nella vita bisogna tirare una bella riga e fare una somma. Perché la nostra vita è  anche la somma delle nostre azioni.

Potare
«Ogni tralcio — continua il Maestro — che porta frutto, (il Padre) lo pota perché porti più frutto» (15,2). Conosciamo questa legge naturale: gli alberi, i capelli, molte cose si rafforzano proprio quando vengono tagliate. Eppure, se siamo noi gli oggetti di queste indispensabili falciature non capiamo più nulla e ne soffriamo terribilmente. Smettiamo di pensarci come tralci innestati sulla vite di Dio, non ricordiamo più di essere discepoli chiamati a portare la croce dell’amore sulle spalle, ignoriamo la missione che si sta compiendo nei nostri giorni, soprattutto attraverso le prove e le sofferenze. Il vangelo ci ricorda che nei momenti in cui ci sentiamo improvvisamente feriti e mutilati si potrebbe nascondere proprio la mano di Dio, sapiente «agricoltore» (15,1) che sa come condurre il suo campo a portare il maggior e il miglior frutto possibile. Il senso di alcune sofferenze che viviamo non è dovuto al nostro peccato — neanche a quello altrui — ma semplicemente alla sapienza di Dio che sa come renderci tralci fruttuosi. Molte volte a noi basterebbe restare là dove siamo arrivati, rimanere quello che siamo. Esiste in noi un’atavica tendenza a bloccare il meraviglioso processo di umanizzazione a cui la vita continuamente ci invita. Ma il Signore sa bene quanto grandi, pesanti e profumati possano essere i grappoli d’uva sui nostri rami. Per questo ci pota, in modo incruento, come Gesù spiega: «Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato» (15,3). Ecco la grande e temibile forbice con cui il Signore ci pota: una parola, capace di purificarci da altre parole che sempre ci abitano ma non sono secondo la verità. 

Rimanere
Come accogliere allora questa parola? Cosa fare? Niente, cioè rimanere. Stare fermi. Senza muoversi, senza sfuggire alla fatica dell’ascolto. Rimanendo fedeli alle parole di vita che ci stanno plasmando, lasciando che la linfa di Dio entri in noi e ci trasformi. Il Maestro Gesù è estremamente chiaro su questo punto: «Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me» (15,4). Rimanere è scelta matura e difficile, soprattutto nella temperie irresponsabile e frenetica dei nostri giorni, dove il maggior valore è assegnato a chi più si muove e produce. Rimanere, invece, è un atteggiamento apparentemente passivo e infruttuoso, aggettivi intollerabili nella società dei consumi. Per questo risuonano come una grande sfida le parole del Maestro: «Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano» (15,6). La verità di queste parole non si manifesta immediatamente. Quando ci stacchiamo da Dio, esteriormente può sembrare che stiamo bene, che scoppiamo di salute. Gli idoli che coltiviamo continuano a decorare il nostro edificio: soldi, benessere, viaggi, gratificazioni, ecc. Ma dentro siamo già morti e incapaci di compiere veri atti d’amore. Lapidarie le parole di san Giovanni: «Non amate a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1Gv 3,18). Se invece rimaniamo uniti a Dio, ci è assicurata una meravigliosa eredità: «Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto» (Gv 15,7). Quando la linfa di Dio scorre dentro di noi, diventiamo realmente suoi consanguinei e il il suo Spirito ci spinge a fare scelte belle e coraggiose: «In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato» (1Gv 3,24). Se rimaniamo uniti al Figlio e, attraverso di lui al Padre, allora diventiamo «discepoli» (Gv 15,8), uomini disposti ad imparare e a camminare ogni giorno. Le uniche persone che con impavida mitezza non cessano di pensare che la storia del mondo possa trasformarsi, giorno per giorno, in un cammino di giustizia. In un regno di pace e di amore.