20 novembre 2009

Venerdì - XXXII settimana del Tempo Ordinario

Letture: 1Mac 4,36-37.52-59 / 1Cr 29,passim / Lc 19,45-48


RICONSACRARE IL TEMPIO



Comune alle due letture di oggi è il tema della purificazione del tempio. Il rapporto con Dio si gioca, in ogni grande religione, anche nel tempio, questo spazio sacro dove gli uomini possono radunarsi per la lode per la preghiera. Luogo in cui si costruiscono le relazioni con Dio e tra gli uomini, il tempio è lo spazio in cui la coscienza collettiva e individuale ritrova il suo legame costitutivo con la paziente misericordia di Dio. Per noi cristiani il tempio è naturalmente la chiesa, generalmente parrocchiale, dove la comunità si ritrova nel giorno di domenica per la frazione del pane e gli altri sacramenti. È una bellissima realtà, dove sin da piccoli ci si abitua a mettere la propria vita a confronto con il volto di Dio. E si impara a farlo insieme agli altri, sperimentando quanto sia reale e indispensabile il suo amore che si fa concreto nelle liturgie e nei canti, nelle preghiere e nei sospiri che il tempio silenziosamente accoglie.


Il tempio però può essere facilmente profanato, fino a diventare il luogo dove la relazione con il Signore non è più vissuta ma travisata. Il gesto del Maestro Gesù che «si mise a scacciare quelli che vendevano» (Lc 19,45) nel tempio ci mostra come sia possibile per noi iniziare a vivere il rapporto con Dio non a partire da una fiducia che matura giorno per giorno nella conoscenza reciproca, ma nella logica della compravendita che inquina ogni relazione svuotandola di gratuità. Quando viene meno la «preghiera» (19,46) il nostro cuore perde la capacità di essere libero e gratuiti, anche se ci è difficile ammetterlo. Il rapporto con Dio e quello con gli altri resta nella logica dell'amore solo se è continuamente immerso nella forza rigenerante della preghiera, che è capace di azzerare i conti, di spegnere i risentimenti, di sgonfiare la pressione delle aspettative.


Tuttavia, anche dopo le peggiori profanazioni, il tempio - quello di Dio così come quello del nostro cuore - può essere riconsacrato. Questa speranza riceviamo dalla prima lettura, che racconta come Giuda e i suoi fratelli purificarono e riconsacrarono «il santuario» (1Mac 4,36) del Signore dopo il grande sacrilegio operato dai Seleucidi. Lo fecero «con gioia», «ringraziamento» e «lode» (4,56), facendo diventare questa occasione una festa, una «gioia del popolo» (4,58). Riconsacrare significa consegnare a Dio l'occasione di ridonare alla nostra vita di fede la gratuità e la fiducia che le mancano. Per compiere una purificazione talvolta è necessario uno scatto di reni, un gesto forte che scaraventi fuori tutti gli idoli accumulati nel tempo. Poi pregare, confessare, rendere grazie. Davanti al Dio che non si stanca mai di accoglierci come figli dentro la sua casa.


19 novembre 2009

Giovedì - XXXII settimana del Tempo Ordinario

Letture: 1Mac 2,15-29 / Sal 49 / Lc 19,41-44


RICONOSCERE IL TEMPO



Non è certo l'invito ad una legittima violenza la parola che dobbiamo raccogliere oggi dalla meditazione delle Scritture. Occorre affondare lo sguardo, renderlo più acuto e intelligente, per cogliere, in mezzo allo «zelo» e alla «collera» (1Mac 2,24), alle «trincee» e ai «nemici» (Lc 19,43), una possibile rivelazione della voce di Dio.


Avvicinandosi a «Gerusalemme» il Signore Gesù piange «su di essa» perché - e lui stesso a parlare: «Non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata» (19,44). Più precisamente, il testo descrive questa visita come uno sguardo, una considerazione. Esistono tempi in cui l'occhio di Dio si posa su di noi, ci viene a visitare appunto. Il problema è che spesso (molto spesso) non ce ne accorgiamo, perché il nostro sguardo è sbarrato in direzione del solito orizzonte vuoto e triste, dove non arrivano mai le cose che stiamo aspettando. Viviamo spesso così, appiattiti e concentrati così tanto su noi stessi, da non accorgerci di quello che il Signore sta cercando di costruire intrecciando la nostra vita con quella del mondo. Ignoriamo quante volte la sua premura visita le fibre del nostro animo per farlo maturare e per introdurlo nella vita eterna. Nemmeno immaginiamo che mentre guardiamo distrattamente dalla parte sbagliata, gli occhi di Dio sono posati su di noi, il suo cuore soffre con noi. Come si racconta di Gesù, che «alla vista della città pianse su di essa» (19,41).


L'atteggiamento di Mattatìa, che non cede alle lusinghe dei potenti di turno, è un ottimo esempio di come si posa riconoscere il tempo in cui Dio viene a visitarci. Invitato ad abbandonare la religione dei padri per volgersi agli idoli pagani, Mattatìa intuisce che è giunto il momento per lui di camminare «nell'alleanza» (1Mac 2,20) senza «deviare» né a «destra» né «a sinistra» (2,22). Il gesto che compie è audace ed eccessivo, ma il tempismo è perfetto. Uccide un «Giudeo» che sta per «sacrificare sull'altare di Modin secondo il decreto del re» e poi scappa verso «nel deserto» (2,23). Lo seguono in molti «abbandonando in città quanto possedevano» (2,28). Per riconoscere il tempo bisogna avere i riflessi pronti e la capacità di rinnegare ogni istinto di autodifesa, di abbandonare le tante cose che possediamo. Molte delle visite che il Signore ci offre sono infatti momenti di crescita, nei quali dobbiamo scegliere se proteggere a oltranza la nostra vita oppure gettarla in un'avventura più grande e rischiosa. La gioia di una vita piena si gioca in questi istanti, nei quali possiamo rimanere fermi, oppure imboccare la via «che porta alla pace» (19,42).


18 novembre 2009

Mercoledì - XXXII settimana del Tempo Ordinario

Letture: 2Mac 7,1.20-31 / Sal 16 / Lc 19,11-28


LA TENEREZZA



Oggi le letture scelte per la liturgia della Parola orientano il nostro sguardo verso un'altra preziosa manifestazione del cuore: la «tenerezza» (2Mac 7,21). Sempre nel periodo della dominazione dei Seleucidi, una «madre» (7,20) si trova nella situazione di dover veder «morire sette figli in un solo giorno» a causa del rifiuti di «cibarsi di carni suine proibite» (7,1) e così infrangere «il comando della legge» data ai padri «per mezzo di Mosè» (7,30). Questa donna si rivela «ammirevole e degna di gloriosa memoria» dal momento che in drammatica circostanza «sopportava tutto serenamente per le speranze poste nel Signore» (7,20). La Scrittura, in un inciso, ci rivela il segreto della sua forza interiore, quando osserva che lei temprava «la tenerezza femminile con un coraggio virile» (7,21). Questa madre si dimostra capace di non disgiungere i sentimenti dalla ragione, l'attaccamento ai propri figli dalla coscienza che la loro vita appartiene anzitutto a Dio: «Senza dubbio il Creatore dell'universo, che ha plasmato all'origine l'uomo e ha provveduto alla generazione di tutti, per la sua misericordia vi restituirà di nuovo il respiro e la vita, poiché voi ora per le sue leggi non vi preoccupate di voi stessi» (7,23). Questa donna «accetta la morte» (7,29) perché il suo cuore è ben temprato, come un acciaio lavorato e reso forte, come uno strumento adatto ad eseguire le migliori partiture.


La tenerezza non consiste solo in «nobili sentimenti» (7,21) di cui siamo tutti capaci - almeno per qualche tempo - ma di un sapiente incontro tra tenerezza e coraggio. Quando il nostro cuore funziona a metà perdiamo l'equilibrio e la nostra vita resta intrappolata nella logica della «paura» (Lc 19,21), che ci fa nascondere le migliori energie dentro «un fazzoletto» (19,20), anziché esporla ai rischi della relazione con l'altro. Sempre la paura è legata alla difficoltà di accettare il carattere «severo» (19,21) della vita e si trasforma nel panico che la vita, con le sue occasioni che attendiamo, ci sfugga dalle mani «da un momento all'altro» (19,11). Dentro la tenebra della paura, il bilancio della vita sembra sempre a favore degli altri: «A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha» (19,26).


La paura si dipana solo a partire dalla consapevolezza che c'è qualcosa che vale più della vita, perché Dio ci restituirà sempre «il respiro e la vita» (2Mac 7,23). A partire da questa speranza possiamo imparare, ogni giorno, a confrontare i sentimenti che proviamo con le esigenze della giustizia, a confrontare la fiamma dei nostri desideri con il torrente della verità. Ad avere fiducia in Dio che ha fatto «il cielo e la terra» non «da cose preesistenti». Tale è anche l'origine del genere umano» (7,28). Di noi, che non possiamo sfuggire alla tenerezza delle sue «mani» (7,31).


17 novembre 2009

Martedì - XXXII settimana del Tempo Ordinario

Letture: 2Mac 6,18-31 / Sal 3 / Lc 19,1-10


IL CORAGGIO



Il coraggio è un'attitudine del cuore, organo profondo che - nella Scrittura sacra - non è solo la locanda dei sentimenti, ma anche lo scrigno della memoria, il fulcro della volontà, il parlamento delle scelte e del libero agire. Oggi la liturgia ci mostra come il coraggio possa esprimersi almeno in due modi, entrambi frutto di «un nobile ragionamento» (2Mac 6,23).


Il racconto dei libri dei Maccabei, che ci accompagnerà in questa settimana, documenta un momento difficile per il popolo di Israele. I Seleucidi, potente dinastia ellenistica, dopo la morte di Alessandro Magno avevano preso il potere sulla parte orientale dei suoi vasti domini. Di questa enorme porzione di terra faceva parte anche il fazzoletto della Palestina. Il popolo di Israele, fortemente attaccato alla Legge e al culto dell'unico Dio, si trova di fronte al pericolo di perdere la propria identità di fronte al massiccio tentativo di introdurre i costumi civili e religiosi della Grecia nei suoi confini. In questa drammatica cornice si snoda il racconto dei figli di Mattatia che organizzano e guidano la resistenza contro i dominatori greci. La figura dell'anziano «Eleàzaro, uno degli scribi più stimati» che «veniva costretto ad aprire la bocca e a ingoiare carne suina» esprime efficacemente il clima di quei giorni. Sappiamo infatti che la Torah proibisce agli ebrei (ancora oggi) di mangiare il maiale e tutti i suoi derivati. Quando Eleàzaro si rende conto che il rifiuto di mangiare «le carni sacrificate imposte dal re» (6,21) lo espone al pericolo di morte, fa un ragionamento coraggioso, «degno della sua età e del prestigio della vecchiaia» (6,23). Decide di abbracciare «una morte gloriosa» piuttosto che lasciare un esempio fuorviante ai «giovani». Avrebbe potuto trovare un compromesso, rivendicare il diritto di una «condotta irreprensibile tenuta fin da fanciullo» (6,23). E invece attinge forza dal cuore e decide di rimanere fedele alle «sante leggi stabilite da Dio» e a se stesso, senza paura della «morte» (6,23).


Nel vangelo ascoltiamo il racconto di un altro tipo di coraggio, quello di Zaccheo che, dopo aver «rubato» (Lc 19,8) per molto tempo diventando «capo dei pubblicani e ricco» (19,2), un giorno cerca «di vedere chi era Gesù» (19,3), salendo «su un sicomòro» (19,4), poiché «era piccolo di statura» (19,3). Il suo gesto esprime il coraggio di mettere in discussione la propria vita, di abbandonare i ruoli assunti, di confessare i propri fallimenti. È il coraggio di cambiare, quando è necessario farlo. Il Signore intercetta con amabile cortesia il gesto di generosità di Zaccheo e si procura un invito a pranzo: «Scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (19,5). Zaccheo? Non sta più nella pelle dalla «gioia» (19,6), perché la «salvezza» è entrata nella sua «casa» (19,9), ciò che sembrava «perduto» (19,10) è stato cercato e salvato dall'amore di Dio.


Fedeltà e libertà sono forme con cui si può esprimere il coraggio, quella bella attitudine che fiorisce nella nostra vita quando ci scopriamo cercati e accolti da un Dio che «ha amato noi» (canto al vangelo). Proprio noi.


16 novembre 2009

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Letture: Dn 12,1-3 / Sal 15 / Eb 10,11-14.18 / Mc 13,24-32


PER SEMPRE



In questa domenica la liturgia della Parola ci pone a confronto con due parole che, nel nostro tempo, destano più sospetto che desiderio: «per sempre» (Dn 12,3; Eb 10,12.14). Circondati da scetticismo e pessimismo, spesso scottati da qualche esperienza negativa, esitiamo a costruire la vita in relazione ad un orizzonte definitivo. Preferiamo vivere alla giornata, senza troppi progetti, senza inutili formalismi. Tutto ciò nasce dal contatto con una realtà sempre più fluida, avvertita come instabile e indefinibile. Dall'immersione in una cultura frammentata, che non offre più una visione d'insieme delle cose. Ma c'è anche altro, che dipende solo in parte dai tempi che viviamo.


Routine

C'è che la vita, volenti o nolenti, è un «sacrificio» (Eb 10,12). Cioè tende inevitabilmente a diventare una cosa grossa, un affare di gigantesche dimensioni, una cosa sacra, appunto. E gli architetti di questa impresa siamo noi, con la nostra libertà che valuta, decide e sceglie. In questa avventura, onerosa e splendida, tutti facciamo esperienza dei «peccati», piccoli e grandi momenti quotidiani nei quali la nostra vita non va a segno, fallisce il bersaglio. Di fronte a questa noiosa evidenza, proviamo a spremere le nostre migliori energie, ad attivare le nostre forze più nobili. Eppure, sembriamo come i criceti sulla ruota. Intrappolati in un moto rotatorio, prigionieri di un tentativo che non fa mai cambiare le cose fino in fondo. L'autore della lettera agli Ebrei così commenta il culto che si praticava in Israele fino alla venuta di Cristo: «Ogni sacerdote si presenta ogni giorno a celebrare il culto e a offrire molte volte gli stessi sacrifici, che non possono mai eliminare i peccati» (10,11). Questa era la spiritualità che il Signore è venuto a perfezionare: ogni giorno le stesse cose (riti, incensi, sacrifici), senza mai raggiungere la meta. Ogni giorno... mai: non è pure la descrizione precisa della nostra spiritualità (post)moderna? Mille sacrifici, sempre in movimento e in tensione e, tutto sommato, mai sazi e contenti davvero.


Crisi

Cosa manca alla nostra spiritualità? Le Scritture oggi sono unanimi nell'indicare una risposta: un contatto sano con i tempi di «angoscia» (Dn 12,1) e di «tribolazione» (Mc 13,24) che la vita a tutti presenta. Sia il profeta Daniele che il Signore Gesù affrontano il delicato argomento della fine del mondo annunciandone tutta la drammaticità. Sarà un tempo di profonda inquietudine «come non c'era stata mai» (Dn 12,1), nel quale ogni riferimento verrà a mancare: «Il sole si oscurerà, la luna non darà più la luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte» (Mc 13,24-25). Oggi noi sappiamo che queste parole sono vere anzitutto nel loro più immediato significato. Il mondo, ci assicura la scienza, ha avuto un origine e un giorno finirà. Non viviamo, come si credeva, in uno scenario immutabile di cui noi siamo il centro. «Le stelle» non brillano «per sempre» (Dn 12,3), l'universo è in continua evoluzione e noi, minuscola e irrilevante periferia, siamo in evoluzione con esso. Ma queste parole che annunciano l'arrivo di una grande crisi sono anche parole profetiche, che gettano luce sul mistero della nostra vita. Ciascuno di noi, infatti, conosce - presto o tardi - la fine della sua vita in questo mondo. Si tratta di un avvenimento che non coincide semplicemente con la morte, ma con tutti quei momenti nei quali i punti di riferimento che avevamo assunto saltano improvvisamente, come i bottoni di una camicia.


Il fico

«Queste cose» devono «accadere» (Mc 13,29). La nostra vita ha bisogno di affrontare crisi profonde per entrare nello scenario delle cose definitive. Ma, proprio «in quel tempo sarà salvato» il nostro cuore, come assicura il profeta: «molti di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno» e «coloro che avranno indotti molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre» (Dn 12,3). Proprio quanto tutto sembra finire, si crea l'opportunità di un nuovo incontro con Dio: «allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria» (Mc 13,26). Il Maestro aggiunge anche una parabola, quella del fico: «Quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte» (13,29). Possiamo davvero imparare dalle piante e dalla natura che (se) ancora ci circonda a leggere la nostra vita come un progetto in divenire che conosce molte stagioni. Esistono l'autunno e l'inverno, quando tutto viene introdotto in una specie di morte apparente: terminano i frutti, scompaiono le foglie, la vita sembra venire meno. Poi però giungono la primavera e l'estate, quando i rami ricominciano a germogliare e a portare frutto. Così è la nostra vita. Ci sono tempi di severa austerità, nei quali ci è tolta la dolcezza dell'estate e i profumi di passate primavere. Non è la fine. È un tempo di purificazione e di attesa, che ci allena a ricevere ancora una volta la vita come un dono. Che ci prepara ad accogliere una vita che, nel sogno di Dio, è «per sempre».


14 novembre 2009

Sabato - XXXII settimana del Tempo Ordinario

Letture: Sap 118,14-16; 19,6-9 / Sal 104 / Lc 18,1-8


CONTINUAMENTE



Se vogliamo imparare a donarci come la vedova (domenica), dobbiamo aver fede in Dio (lunedì), consapevoli di essere servi non necessari (martedì), capaci di tornare indietro e dire grazie (mercoledì), perché il regno di Dio è in mezzo a noi (giovedì), quindi occorre essere sempre pronti ad accogliere la sua improvvisa venuta (venerdì). A conclusione di questo itinerario pieno di senso che le Scritture ci hanno fatto compiere in questa settimana, riceviamo oggi l'invito a pregare. Dice il Signore «ai suoi discepoli» che bisogna «pregare sempre, senza stancarsi mai» (Lc 18,1). E, secondo il suo stile e il suo gusto, accompagna le parole con una parabola che ne arricchisce l'intensità. Racconta di «una vedova» che «continuamente» importuna un «giudice» cattivo, «che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno» (18,2), a causa di una questione giuridica contro «un avversario» (18,3). Per un po' il giudice non le diede retta, poi alla fine decide di aiutarla perché questa vedova gli dava «tanto fastidio» (18,5). Il senso è abbastanza chiaro: l'insistenza ottiene qualcosa anche dalle persone ingiuste ed empio. A questo punto il Maestro applica la parabola a noi e a Dio, con una domanda retorica: «E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui?» (18,7).


Chapeau! Come sempre il Signore Gesù riesce a colpirci senza ferirci, andando alla radici del nostro cuore. Quanto manca alla nostra preghiera è proprio la fedeltà insistente. Nella vita spirituale, come in altri ambiti quotidiani, è la perseveranza il maggiore difetto da riconoscere e da superare. Perché dopo le emozioni e i facili entusiasmi, ogni attività ripetuta entra in «un profondo silenzio» e in una «notte» (Sap 18,14). A noi sembra che «tutte la cose» che abbiamo cercato di costruire siano avvolte da un sicuro fallimento, che invano abbiamo provato a parlare a Dio, manifestandogli il grido della nostra povertà. Ma il Sapiente ci rivela che, in realtà, questa profonda oscurità è l'istante che precede una nuova presenza di Dio, come accadde ai figli di Israele quando «il Mar Rosso divenne una strada senza ostacoli e flutti violenti una pianura piena d'erba» (18,7).


La preghiera è anzitutto un dono che riceviamo, non una fatica assurda da compiere. Se proviamo ad inserirla regolarmente, tra i diversi impegni quotidiani, scopriamo che la preghiera è un tempo che consente al nostro cuore di essere «modellato di nuovo» (18,6) e ai nostri giorni di essere «preservati sani e salvi» tra i flutti della vita. La preghiera non cambia anzitutto le cose, non forza Dio a fare qualcosa di bello a cui egli non stia già pensando. Cambia anzitutto noi, il nostro modo di vedere le cose. Ci libera dalla paura e ci dona la forza di inseguire i nostri sogni più autentici. Per questo comincia a diventare vera quando cominciamo a farla con insistenza e con «fede» (Lc 18,8), «continuamente» (18,5).


13 novembre 2009

Venerdì - XXXII settimana del Tempo Ordinario

Letture: Sap 13,1-9 / Sal 18 / Lc 17,26-37


IMPROVVISAMENTE



Se il mestiere di Dio non è certamente facile, non da meno è quello del discepolo. Che quasi sempre non capisce e spesso è costretto a porre domande di chiarimento. Dopo aver ascoltato il Maestro Gesù insegnare che il regno di Dio «non viene in modo da attirare l'attenzione» (Lc 17,20) e che nessuno può dire: «Eccolo qui» oppure: «Eccolo là» (17,21), che cosa chiedono i discepoli? «Dove, Signore?» (17,37)! È imbarazzante e interessante la loro/nostra capacità di ascoltare senza intendere; forse la malattia più cronica diffusa tra gli uomini.


Quasi presagendo questa assurda domanda, il Signore aveva provato ad anticiparla, spiegando che il regno di Dio viene improvvisamente e travolge come un fiume in piena coloro che non lo attendono. Aveva fatto esempi molto forti: il diluvio universale (17,28), la distruzione di Sodoma e Gomorra (17,29), per dire che è inutile cercare un riparo da quanto Dio sta per fare: «In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza e avrà lasciato le sue cose in casa, non scenda a prenderle; così, chi si troverà nel campo, non torni indietro» (12,31). Con queste parole Gesù non intende spaventarci - anche perché la venuta del giorno e del regno di Dio è per lui una bellissima realtà, non certo una sventura! Intende invece colpire al cuore un nostro modo di vivere tutto assorbito dai «beni visibili» (Sap 13,1), dietro ai quali non siamo capaci di contemplare «il loro autore» (13,5). Ci lasciamo «prendere dall'apparenza» delle cose, perché «sono belle» (13,7), e così trascorriamo i giorni in funzione di esse. Per usare il linguaggio di Gesù, cerchiamo di salvarci «la vita» (17,33), passando il tempo ad assicurarci le cose che deliziano i nostri occhi e colmano i nostri appetiti. Ma facendo così - il Signore mette in guardia - la vita possiamo solo perderla: «Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà» (18,33). Perché la vita è un dono che viene e torna sempre all'improvviso. A nulla valgono i nostri sforzi di preservarla, garantirla, assicurarla contro traumi e infortuni. Così come un giorno ci è piombata addosso per iniziare a germogliare in questo mondo, così un altro giorno ritornerà nelle mani di Dio nel mondo che verrà.


Esiste in fondo una sola cosa che possiamo fare. Smettere di chiederci «quando» e «dove» e accettare che «qui» e «ora» ci sia chiesto di perdere la nostra vita facendola diventare un dono d'amore. Colui che accoglie questa chiamata attende senza timore il volto di Dio e, così facendo, «manterrà viva» la «propria vita» (17,33).