SOPPORTARCI

Giovedì – XXIII settimana del Tempo Ordinario

Qualche giorno fa le Scritture ci permettevano di leggere i nostri vuoti non come segni di una mancanza, ma addirittura come vere e proprie chiamate a partecipare più intensamente alla vita e al mistero di Cristo. La liturgia di oggi approfondisce questo tema, affermando che fino a quando nell’amore lavoriamo a cottimo ci perdiamo la parte migliore. Gesù rivolge per tre volte nel vangelo una domanda cruciale ai suoi discepoli, come noi tentati di voler bene nella speranza di ricevere qualcosa in cambio.

«Quale gratitudine vi è dovuta?» (Lc 6,32.33.34)

Fa piacere a tutti essere riconosciuti nel lavoro, negli affetti e nelle amicizie. Anzi, è l’unico modo attraverso cui possiamo imparare a svolgere gli incarichi e ad assumere i ruoli che la vita ci assegna. Il Signore Gesù ha però la pretesa di dirci che, a un certo punto,  dobbiamo essere capaci di rinunciare liberamente a questa iniziale gratificazione. Altrimenti non saremo mai liberi fino in fondo. E soprattutto rischieremmo di perdere la ricompensa più importante, quella che Dio stesso vuole e può darci. 

«Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla,
e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo» (6,35)

Nell’amore, infatti, restiamo sempre un po’ degli illusi. Vorremmo imparare ad amare di più e meglio, però non siamo disposti ad accettare tutte le conseguenze che la scelta di farlo porta con sé. E ci incartiamo in un circolo vizioso dove più amiamo e più ci capita di soffrire; più soffriamo e più ci passa la voglia di amare. Solo azzerando la pretesa che l’amore possa ricevere la sua risposta definitiva nelle cose e nei tempi di questo mondo, diventa possibile sperimentare il gusto di un amore più grande. Meno emotivo e sensibile. Più asciutto e reale. 

«Fratelli, scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi di tenerezza, di bontà, di umiltà, 
di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, 
se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro» (Col 3,12-13)

Così abituati a pensare l’amore in termini egoistici ed egocentrici, facciamo fatica a imaginare che il suo dinamismo si possa declinare in quegli atteggiamenti di sopportazione dell’altro — delle sue debolezze e delle sue lentezze — a cui ogni giorno siamo chiamati senza troppi riflettori puntati addosso. Che poi, in fondo, è solo la restituzione del modo con cui ogni giorno il Signore prende la nostra vita e la tiene stretta al suo cuore: sopportandoci.  

«Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi» (3,13)

Commenti

Chiara Cambon ha detto…
ci incartiamo... :)