QUALE SPERANZA

Assunzione della beata Vergine Maria

In questi caldi giorni, mentre il ferragosto spacca in due l’estate, noi cristiani volgiamo lo sguardo in alto: celebriamo la solennità dell’Assunzione di Maria. Secondo una tradizione antichissima, professata dalla gente comune e poi definita dai teologi, noi crediamo che, in virtù dello specialissimo rapporto stabilito con il suo Figlio Gesù, la vergine di Nazaret sia già pienamente partecipe dei frutti della sua risurrezione. Maria è la prima tra le creature a essere già entrata nel disegno di Dio con tutta la sua anima e con tutto il suo corpo. 

Singolare destino
Questo grande mistero che oggi celebriamo non è raccontato dalla Scritture Sacre. L’Apocalisse presenta un «segno grandioso», «una donna vestita di sole» (Ap 12,1), che combatte contro un «enorme drago rosso» (12,3), ma sappiamo che si tratta di una figura simbolica che la Chiesa ha riferito tanto a Maria quanto alla stessa comunità dei credenti. Più significative sono le parole dell’apostolo: «Come tutti muoiono in Adamo, così in Cristo tutti riceveranno la vita» (1Cor 15,22). Che specifica: «Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo» (15,23). Essendo ‘di Cristo’ in un modo unico e irripetibile, noi cristiani riteniamo che Maria abbia già ricevuto – in modo definitivo – quella vita eterna che il Padre desidera donare a ogni persona. Il dogma dell’assunzione è perciò legato al mistero della risurrezione, cioè a quel modo di vivere e di amare che non rimane prigioniero della morte. Quel modo con cui il Signore Gesù ha scelto di vivere e interpretare l’avventura della sua umanità. 

Assumere
L’Assunzione non sarebbe però una festa cristiana se questo speciale destino riservato a Maria non avesse alcuna conseguenza per noi. Il vangelo ci ricorda che il segreto del ‘successo’ di Maria sta tutto in un atteggiamento di ascolto profondo e attento della parola di Dio. Al punto che nella sua vita si è manifestato in anticipo e in misura eccellente quel destino che Dio intende regalare a ciascuno di noi. Maria è stata assunta in cielo, perché ha saputo assumere senza riserve la volontà di Dio nella sua storia. Questo segreto viene rivelato dalla cugina Elisabetta, che canta con stupore le lodi della sua giovane parente: «Beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (Lc 1,45). Maria è salita in cielo perché ha preso terribilmente sul serio la proposta di mettere la sua vita a servizio del progetto di Dio. Maria ha camminato nella fede, tutti i giorni della sua vita, senza mai smettere di porgere un orecchio alla voce di Dio dentro il suo cuore e un altro alla voce di Dio che risuonava attorno a sé, nella storia. La vergine ha camminato in questa penombra senza mai rinunciare a credere. Nemmeno quando gli avvenimenti l’hanno condotta a vedere morire il suo amatissimo Figlio appeso al legno di una Croce, come un miserabile malfattore. Maria ha imparato ad abbracciare la logica paradossale del vangelo, la sapienza di un Dio che scrive sempre la storia al contrario: «Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (1,53). Con «umiltà» (1,48) – cioè con un continua adesione a se stessa e alla storia – Maria ha imparato a camminare in questo mondo, lasciandosi guidare fino ai pascoli del cielo. 

Destino comune
Non è altro il cammino che attende anche noi: ascoltare la parola di Dio e aderirvi con umile obbedienza. Sappiamo quanto non sia facile perseverare in questi atteggiamenti. Molte volte le promesse di Dio che portiamo nel cuore sembrano conoscere solo smentite, rinvii e fallimenti. Talvolta ci sembra impossibile guardare con speranza alla nostra realtà, a quello che siamo diventati, a ciò che ci circonda. Gli eventi della vita hanno la capacità di gettarci ora in momenti di grande euforia, ora in abissi di interminabile tristezza, lasciandoci nel cuore l’amara sensazione di essere finiti un po’ per caso sul palcoscenico del mondo. Nella festa di oggi tutti possiamo imparare da Maria quell’arte di vivere senza prenderci né troppo sul serio, né troppo superficialmente, che diventa poi la libertà di riconoscere tanto i nostri peccati, quanto le «grandi cose» (1,49) che l’Onnipotente sta facendo per noi e per il mondo intero. La gioia di cui la Chiesa oggi è ricolma sta tutta nella fiducia che il sogno di Dio sia la risurrezione di tutti, «perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti» (1Cor 15,21). Fortunatamente la vita non si possiede né si produce, ma è un dono di Dio che si può solo imparare a ricevere. «Tutti riceveranno la vita» (15,22): questo è il destino meraviglioso che ci attende nell’eternità, là dove la Madre di Dio è già stata assunta per essere «un segno di consolazione e di sicura speranza» (prefazio) per tutti noi che ancora camminiamo in questo mondo nell’attesa di giungere «alla gloria della risurrezione» (preghiera dopo la comunione). Nella festa di una vita che non finisce mai. 

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